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Trento
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La pietra focaia e
l'accensione del fuoco

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Trento - 2009
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La
pietra focaia (fr. pierre à feu;
sp. pietra de chispa, pedernal;
ted. Eeuerstein; ingl.
flint). Nome comune dato alla selce
piromaca, così chiamata per la sua proprietà
di produrre scintille di fuoco se sfregata
intensamente e sottoposta ad urto. Minerale
fossile, si trova in noduli e straterelli
entro rocce calcaree, derivato dalla
deposizione e successiva diagenesi di resti
di organismi a scheletro siliceo (scheletri
di radiolari, spicole di spugna). E' una
varietà di calcedonio (Si02), compatto e
variamente colorato in rosso,
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bianco, giallo,
bruno, nero e varianti, la cui colorazione si crede dovuta
alla sostanza organica. L’uso della pietra focaia per
accendere il fuoco risale all'età preistorica, quando l'uomo
usava particolari pietre (selce, quarzite, pirite contenete
ferro) che strofinate tra loro producevano scintille
che, cadendo su erbe e foglie secche, provocavano fuoco.
Quando nel 1991 in alta val Senales (BZ), venne
ritrovato Otzi, la "mummia di Similaun", nel suo corredo
aveva selce, pirite, ed un pezzo di fungo-esca per accendere
il fuoco. Un sistema per accendere il fuoco
consisteva anche nel far girare un bastoncino di legno
all'interno di un foro ricavato in un altro pezzo di
legno: per il calore suscitato dalla frizione, la polvere di
legno prodotta finiva con l'incendiarsi. Questo metodo fu
migliorato con l'utilizzo di un archetto: la cordicella
dell'arco veniva avvolta intorno al bastoncino, e muovendo
l'archetto avanti e indietro si faceva ruotare lo stecco a
gran velocità, rendendo più agevole l'accensione. Plinio
(Nat. Hist. VII, 198) ricorda Pyrodes di Cilicia come suo
mitico inventore, ed accenna alla percussione col ferro
e all' accensione dei funghi secchi. Per ottenere
rapidamente la fiamma, si adoperavano fuscelli intrisi nello
zolfo, commerciati nelle città (Marziale, I, 41;
X, 3). Lo strumento per battere la pietra doveva essere
poco diverso dall'acciarino moderno, detto focile in
latino ed in volgare nel

medioevo. Con la
scoperta dell'acciaio (XII° sec.), il sistema di far
fuoco diventò più facile: battendo un pezzetto di
acciaio (chiamato accendi esca o acciarino o
assalino) contro il taglio di una selce, produceva
scintille. Veniva utilizzata come esca un pezzo di fungo
d'albero, chiamato fomes fomentarius che tagliato
sottile ed essiccato, produceva una piccola brace che, unita
a foglie ed erba secca, attizzava il fuoco. La pietra
focaia nelle armi da fuoco portatili sostituì la miccia per
incendiare la carica. L'uso fu introdotto nel
Cinquecento, mediante un congegno detto acciarino a
martellina o a pietra, donde il nome di fucili
e pistole a pietra. Veniva usato un piccolo pezzo
quadro di silice, che si applicava fra le ganasce del cane
della batteria, stringendovelo con apposite viti. La parte
assottigliata che batteva sull'acciarino ed incideva la
polvere del bacinetto, si chiamava filo; la parte più
grossa, opposta al filo, tallone. Nel congegno di
sparo la pietra focaia, posta tra le ganasce del cane,
andando a battere sulla faccia della martellina, ne
asportava minuscole particelle di metallo incandescente;
queste, cadendo nella scodellino, accendevano la polvere che
dava fuoco alla carica. Dopo 20 o 30 colpi la pietra
focaia doveva essere sostituita o nuovamente appuntita
mediante un apposito martelletto. Tale sistema fu usato per
i fucili da guerra fin oltre il periodo napoleonico, fino
all'invenzione della capsula fulminante. Nel 1900 il conte
austriaco Welsbach inventò una pietra focaia artificiale: un
composto di una lega di ferro e magnesio con cerio,
successivamente chiamata pietrina. La pietrina
sostituì la selce, che fu messa a riposo. Fino a
pochi anni fa, a Brandon, in Inghilterra, un vecchio
artigiano continuava questa attività, per un mercato europeo
ed americano di hobbisti del tiro ad avancarica con
l'acciarino in selce. Verso la fine del '700 nasce lo
zolfanello, l'antenato del fiammifero: un bastoncino
intriso di zolfo che messo vicino all'esca (fungo) si
accende prendendo fuoco. Cinquant'anni dopo il chimico
inglese John Walker inventò i fiammiferi: un bastoncino con
una capoccia intrisa di una mistura di sostanze combustibili,
quali zolfo e resine; strofinato su una carta vetrata, si
accende per frizione. Divennero noti come Luciferi,
cioè di portatore di luce e fuoco. Nel 1850 un chimico
svedese brevetta i fiammiferi di sicurezza, appunto chiamati
svedesi. Nel territorio veronese la selce è chiamata
folenda. Il nome potrebbe derivare da
fògola-fogolènda, cioè dal latino focus; dunque
pietra-folenda è la pietra che deve dare fuoco. La Lessinia
e la montagna veronese tutta, sono stati luoghi importanti
per la produzione delle pietre focaie, sia acciarino
domestico che da fucile, con mercati di dimensione europea.
Centinaia di persone lavoravano a tempo pieno in queste
mansioni di "artigianato-industriale" con filandieri e
bati-assalini (assalini-acciarino). Da Cerro veronese
fino a S. Mauro di Saline nascono numerosi siti di
lavorazione della selce. Molti contadini della Lessinia
lasciano il lavoro della terra per occuparsi di estrarre
selci dal terreno, per poi lavorarle. Nel 1885 il prof.
Wirckow in una seduta di Etnologia relazionava: "è
memoria che al tempo delle guerre napoleoniche la dolita
ditta L. Boldrini esportava da Verona cento barili al giorno
di pietre da fucile, contenenti ognuno ventimila pezzi”.

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